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Canapa e terapia in neuropsichiatria: si o no?

Tra i costituenti della Cannabis Sativa, il cannabidiolo è una molecola molto importante negli iter terapeutici, soprattutto in ambito neuropsichiatric

Il rapporto tra Cannabis e Medicina ha inizio negli Anni ’70. Da allora, numerose sono le ricerche a livello mondiale che hanno contribuito a rivalutare il ruolo di questa pianta nella terapia allopatica e complementare. Tra le più recenti, quelle presentate in occasione dell’ultimo congresso promosso dall’Associazione Internazionale per la Cannabis in Medicina (IACM). In tale occasione, era l’ottobre del 2019, al Professor José Alexandre Crippa e al suo staff del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di São Paulo, è stato riconosciuto un contributo significativo nella comprensione del ruolo del cannabidiolo (CBD) in neuropsichiatria. 

Nuovi orizzonti in neuropsichiatria?

Sebbene siano ancora necessarie ulteriori prove cliniche e molte domande siano ancora prive di adeguate risposte, i dati sull’utilizzo del CBD in neuropsichiatria sembrerebbero molto promettenti. Il condizionale è d’obbligo soprattutto in un campo come quello medico dove le teorie devono essere supportate da prove evidenti. Varie sono le patologie in cui si auspica che il CBD possa svolgere un’azione se non risolutiva quanto meno migliorativa. In particolare la comunità scientifica sta concentrando la propria attenzione su schizofrenia, ansia, disturbo da stress post-traumatico (PTDS) e Morbo di Parkinson.

CBD vs THC

I potenziali effetti terapeutici del CBD sono stati dimostrati da tempo, sia in diverse specie animali, sia in studi clinici con soggetti umani, e hanno messo in evidenza i suoi effetti ansiolitici e antipsicotici. È noto che, a differenza del tetraidrocannabinolo (THC), il CBD non agisce sui classici recettori CB1 – presenti nel cervello – e CB2 – presenti sui neuroni e su cellule immunitarie – ma ha altri bersagli. Nel 1982, i ricercatori brasiliani furono tra l’altro i primi a testare l’interazione tra CBD e THC scoprendo che alte dosi orali di THC provocavano ansia e sintomi psicotici, che venivano ad attenuarsi quando insieme al THC veniva somministrato il CBD. 

In che modo agisce il CBD sul cervello?

Diversi studi effettuati su persone sane hanno dimostrato che il CBD ha attenuato le risposte agli stimoli paurosi in due aree cerebrali che regolano le emozioni: il cingolato anteriore e posteriore e l’amigdala. Ma non solo. È riuscito a modulare anche le risposte di conduttanza cutanea – ovvero la resistenza elettrica della pelle provocata da stimoli emozionali, in tal caso spaventosi. Da questi dati, si è dedotto che gli effetti del CBD possono contribuire alla capacità di ridurre l’eccitazione neuronale e, di conseguenza, l’ansia da situazioni paurose. In più, il CBD ha attenuato il livello di ossigenazione del sangue nell’amigdala di soggetti esposti a diversi livelli di ansia. Questo aspetto può rappresentare un mezzo per la gestione psichiatrica dei pazienti che hanno subito eventi traumatici giacché l’amigdala è iperattiva nei pazienti con disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Nel caso specifico di questa patologia, poi, la comunità scientifica rivolge la sua attenzione sul fatto che il CBD può esercitare il suo ruolo anche attraverso un aumento della creazione di nuove connessioni cerebrali (neurogenesi) nell’ippocampo, area cerebrale destinata ad apprendimento e memoria. 

Tutto è destinato ad essere ulteriormente approfondito e provato. La scienza esige fatti concreti e risultati “importanti” prima di avallare terapie e giudizi. I presupposti però, nel caso della Canapa non mancano, anzi. E il fatto che scienziati e ricercatori pongano sempre più la loro attenzione su questa pianta è già di per sé una prova delle sue preziose potenzialità.

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